LA QUESTIONE DEL NOME

IL NOME  DEL CANE  GUARDIANO DEL GREGGE

UNA QUESTIONE ANCORA APERTA, UN PROBLEMA DA RISOLVERE

di  Sandro Allemand

PREMESSA

Questo breve lavoro ha lo scopo di stabilire se il nome dato dalla cinofilia ufficiale al cane da difesa del gregge dell’Italia centro – meridionale, “ cane da pastore maremmano – abruzzese”, sia realmente rispondente alla sua storia millenaria e alla sua effettiva diffusione. Tenteremo di arrivare a questo risultato cercando, per prima cosa, di individuare quali sono stati nei secoli passati i territori maggiormente interessati ad un allevamento ovino di grandi proporzioni; analizzeremo poi le più importanti rotte di transumanza dell’Italia centro meridionale, e la loro consistenza, ed infine tenteremo di raccogliere una serie di informazioni e di testimonianze che ci aiutino a capire dove, nel tempo, la presenza del grande cane bianco è stata più costante e significativa.

 

I TERRITORI  ADATTI ALL’ALLEVAMENTO DELLE PECORE

Da una seppur sommaria analisi dell’andamento della dorsale appenninica appare evidente come questa dorsale, fino al massiccio del Monte Vettore ( Umbria-Marche), non risulti idonea, per la scarsità di importanti aree a pascolo di alta collina  o di montagna, per un allevamento ovino su larga scala.

A partire dal massiccio del Monte Vettore, invece, inizia una vastissima area di montagna perfettamente adatta ad un allevamento ovino di grandi proporzioni: l’acrocoro (altopiano, massiccio montano spesso circondato da contrafforti più elevati) abruzzese – molisano, che si sviluppa per oltre 150 Km di lunghezza. Quest’area, delimitata a nord dai fiumi Nera e Tronto e a sud dai fiumi Volturno e Sangro,  è la più elevata e più aspra dell’Appennino, con imponenti catene montuose con andamento parallelo all’asse appenninico, con vette che superano spesso i duemila metri, fino ad arrivare al Gran Sasso che ne raggiunge quasi i tremila. La maggior parte di queste cime si trova in Abruzzo, mentre alcune sono presenti nel Lazio, nelle Marche e nel Molise.

Questa ampia fascia montuosa presenta, in particolare in Abruzzo, valli interne anch’esse ad andamento longitudinale di grande ampiezza e perfettamente adatte all’allevamento delle pecore.

Questo sistema montuoso, a cui abbiamo fatto riferimento, si può schematicamente suddividere in tre catene – orientale, centrale e occidentale – che racchiudono le grandi conche abruzzesi di Rieti, di Avezzano o del Fucino, di Sulmona o Valle Peligna e di L’Aquila

La catena orientale è la più alta e comprende tre massicci:

  • monti della Laga
  • Gran Sasso d’Italia
  • Gruppo Morrone-Maiella

La catena occidentale, orientata verso il mar Tirreno,  è la meno alta del sistema e presenta tre gruppi di monti:

  • monti Sabini
  • monti Simbruini ed Ernici
  • gruppo Meta Mainarde

La catena centrale che comprende i gruppi del:

  • Monte Velino
  • Monte Sirente
  • Monte Grande o Montagna Grande

Quest’ultima catena si raccorda con la catena orientale, a nord, con il Monte Terminillo, e con la catena occidentale, a sud, con i monti della Marsica.

Come abbiamo già osservato, quattro grandi conche sono collegate a questi sistemi montuosi:

la conca di Rieti (quota media slm 400 m), che attualmente ricade ne Lazio, ma che orograficamente, e in passato anche politicamente, fa parte dell’acrocoro abruzzese, si allunga da nord-ovest a sud-est parallelamente ai monti dell’Appennino abruzzese. È chiamata anche Valle Santa, dal momento che per più anni in questi luoghi soggiornò San Francesco fondando importanti santuari francescani (La Foresta, Poggio Bustone, Fonte Colombo e Greccio). La conca di Rieti è delimitata ad ovest dai Monti Sabini, ad est dai Monti Reatini, a nord dalla Valnerina e dalla Conca Ternana e a sud dall’alta valle del Salto e del Turano. È percorsa per tutta la sua lunghezza dal fiume Velino.

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La conca di Avezzano o conca del Fucino, il grande lago bonificato nei secoli scorsi,  è un altopiano della Marsica, in Provincia di L’Aquila, con un altitudine tra i 650 e i 680 m s.l.m., contornato da rilievi montuosi, come quelli della Vallelonga a sud, del gruppo Sirente-Velino a nord – nord-est e del Monte Salviano ad ovest.

La conca di Sulmona  o Valle Peligna, è un altopiano interno centrale, in provincia di L’Aquila, ad una quota di circa 400–500 m s.l.m.  È attraversata dai fiumi Aterno e Sagittario che confluiscono nel Pescara. Confina a nord-ovest con la conca del Fucino, a sud con la valle del Sagittario, a sud-ovest con i Monti Marsicani, a nord-est con la valle dell’Aterno, tramite il massiccio del Monte Sirente e la valle Subequana, a est e sud-est con il massiccio della Maiella.

La conca Aquilana  (quota media s.l.m. 700- 800 m), appartiene alla Valle dell’Aterno, è la più grande e la più alta di tutte. È delimitata a nord-est dalla catena del Gran Sasso d’Italia, a sud dalla catena del Velino-Sirente ed il gruppo montuoso di Monte Ocre-Monte Cagno, a ovest da altre dorsali montuose minori (gruppo montuoso Monte San Rocco-Monte Cava e Monte Calvo) e a nord dai Monti dell’Alto Aterno.

Questo complesso orografico presenta alle quote più alte immensi altopiani incolti dove, nei secoli, si è sviluppata un’industria armentizia di dimensioni eccezionali. Tra  questi grandi altopiani d’Abruzzo non possiamo non ricordare l’immenso altopiano di Campo Imperatore sopra L’Aquila, i Piani delle Cinque Miglia, del Quarto Grande e del Quarto di Santa Chiara negli attuali territori di Roccaraso, Rivisondoli, Pescostanzo e Campo di Giove; l’Altopiano delle Rocche, i Piani di Pezza e i prati del Sirente, che separano i massicci del Velino e del Sirente, nel territorio degli attuali  paesi di Ovindoli, Rovere e Rocca di Mezzo; Passo Godi, nel territorio di Scanno (AQ); Pian di Roseto e i Piani di Tivo nel Teramano; l’altopiano della Macchiarvana tra Pescasseroli ed Opi, l’altopiano del Voltigno sopra Castelli (AQ); Pian di Rascino ( attualmente in territorio laziale, ma orograficamente e prima anche politicamente abruzzese) e tanti altri. Senza contare le grandi aree a pascolo alle pendici dei monti della Laga, sopra Campotosto e Amatrice ( Abruzzo fino a non molti decenni orsono), della Majella e del Monte Morrone, solo per citarne alcune.

Prima dell’inverno le condizioni climatiche fortemente sfavorevoli, dovute all’altitudine di questi altopiani, che può variare dai m. 1300 ai m. 1600 e oltre s.l.m., rendono indispensabile lo spostamento delle greggi in  basso, verso i pascoli di pianura. Questa migrazione dalla montagna alla pianura e quella che avverrà in primavera dalla pianura alla montagna è chiamata Transumanza.

LA TRANSUMANZA

La parola Transumanza deriva dal latino “trans” (al di là) e “humus” (terra) = attraversare la terra, con il significato di trasferimento di persone e bestiame in estate nei pascoli di montagna e in autunno al piano. Nel nostro caso possiamo definirlo come lo spostamento alternativo e periodico delle greggi tra due regioni geograficamente e climaticamente diverse tra loro. Questa migrazione stagionale avveniva attraverso i tratturi, dal latino “tractoria”, le strade dei pastori. La transumanza ha una storia antichissima che molto probabilmente coincide con la storia stessa dell’allevamento ovino, almeno a partire dall’epoca romana ( II sec. a.C.). Per primi, infatti, sono stati i romani a regolarla e disciplinarla,  attraverso la creazione di un complesso sistema di  leggi e di tasse da pagare nelle diverse Dogane, e già in epoca romana rappresentava una voce significativa per le entrate tributarie dello Stato. I flussi di transumanza erano sempre in senso discendente. La transumanza era praticata dagli allevatori montanari, proprietari delle greggi, che d’inverno scendevano nelle pianure, non avendo più pascolo disponibile nei loro territori a causa delle avverse condizioni climatiche.

 

 

 

 

LA GRANDE TRANSUMANZA ABRUZZESE

Accertato che l’Abruzzo montano, per le sue caratteristiche orografiche, era di gran lunga il territorio più idoneo per un allevamento ovino su vasta scala, e che di conseguenza in esso  si concentrava la stragrande maggioranza della popolazione ovina dell’Italia centro-meridionale, passiamo ora ad analizzare gli spostamenti periodici delle greggi alla ricerca del pascolo, le cosiddette transumanze.

Nell’Italia Centro-Meridionale la principale rotta di transumanza delle pecore si sviluppò nel Regno delle Due Sicilie, con diversi tratturi che collegavano gli Abruzzi alla Puglia. Il più importante era il famoso “Tratturo Magno”, o Tratturo del Re, una pista erbosa larga 111 metri e lunga 244 km  che collegava L’Aquila con Foggia. Nel 1600 i capi ovini che dall’Abruzzo transumarono fino a Foggia superarono i 4 milioni e raramente, dal millequattrocento agli inizi dell’800, i capi transumanti scesero sotto il milione. Si attestarono attorno ai 4.000.000 di capi nel ‘400 e da 1.500.000 di capi  fino a 3.000.000 nel ‘500. Anche per tutto il Settecento nella Dogana di Foggia, nonostante le ampie oscillazioni da un anno all’altro, gli ovini abruzzesi non  scesero mai al di sotto del milione di capi, con punte che superarono i due milioni. Soltanto dopo la fine della dogana i capi transumanti dall’Abruzzo in Puglia si ridussero a  600-700 mila e progressivamente fino a 200-250.000 negli anni 50 del millenovecento, per ridursi ancora molto di più nei decenni successivi, fino alle poche  migliaia di oggi.

I registri di pagamento della fida relativi ai secoli XVII e XVIII  si sono conservati integralmente e permettono l’individuazione precisa dei proprietari delle greggi e la loro provenienza. La massima concentrazione dei proprietari era delimitata a Sud dalle località molisane situate tra la Maiella e il Matese  ( Frosolone, Pescopennataro, Vastogirardi, Agnone, Capracotta, Roccamandolfi, Macchiagodena), a nord dalle grandi Università ( istituzioni nate per la gestione dell’uso collettivo della terra) dell’Abruzzo reatino ( Amatrice, Leonessa, Accumoli ) a Est dalle località pedemontane della Maiella ( Palena, Caramanico, Gamberale) ed ad Ovest dalla linea Lucoli-Pescasseroli.

L’analisi della carta della provenienza dei proprietari di pecore alla Dogana di Foggia nel 1659 ci dà la possibilità di conoscere le aree di provenienza delle greggi transumanti dall’Abruzzo. Queste essenzialmente erano tre: la fascia compresa tra l’odierno Parco Nazionale d’Abruzzo e il versante occidentale della Maiella ( con all’estremità Villavallelonga e Palena), l’area pedemontana del Gran Sasso  ( attorno a Castel del Monte) e la zona tra l’Altopiano delle Rocche e l’Abruzzo reatino ( tra Lucoli e Amatrice). Da queste tre aree, e da alcune zone intermedie, proveniva il 69,6 % di tutti i locati ( coloro che affittavano i pascoli pagando un canone: la fida) della Dogana di Foggia, il restante 31,4% veniva dal Molise ( in quota maggioritaria), dalla Campania, dalla Basilicata, dal Lazio e dalla Puglia. In Abruzzo le prime, seppur vaghe, notizie di un’economia basata sull’allevamento con caratteristiche di nomadismo sono databili attorno all’VIII sec. a.C..  Il nomadismo era in generale praticato da popolazioni dell’Italia centro-meridionale, genericamente definite italiche. Le varie tribù erano legate tra di loro più da elementi di carattere religioso che politico e dietro gli auspici delle loro divinità si muovevano in cerca di nuove terre per i propri animali. Queste popolazioni vivevano in villaggi sparsi e si dedicavano prevalentemente alla pastorizia. Tra queste  il gruppo più significativo era l’Osco che occupava la regione tra l’Appennino e l’Adriatico. Di questo gruppo facevano parte i Piceni (insediati nelle attuali Marche); i Peligni che si stabilirono nella piana di Sulmona; nell’area oggi occupata dall’Aquila si stanziarono i Vestini cismontani; a ridosso della Majella i Carricini ( gruppo etnico sannitico); nella zona del Fucino, gli Equi e i Marsi; lungo l’alta valle del Sangro, verso il Molise, i Pentri ( di origine sannitica); tra l’Aquila e Rieti i Sabini e nella regione costiera adriatica i Marrucini e i Frentani. Dall’occupazione romana di questi territori si cominciano ad avere le prime notizie storiche documentate sulla transumanza abruzzese. Esse risalgono al II secolo a.C., alla fine della repubblica romana, quando fu promulgata una lex agraria ( 111 a.C.)  e successivamente una Lex pecuaria ( 46 a.C.) che regolamentavano i percorsi lungo i quali si effettuava la transumanza, le calles pubblicae ( vie pubbliche). Queste leggi stabilivano che i pastori dovevano pagare una tassa, il “vectigale”, in proporzione al numero degli animali che possedevano e che facevano uso del pascolo, e in cambio potevano transitare gratuitamente lungo le vie pubbliche. Queste regole, nei successivi codici di Teodosio e Giustiniano, vennero dette “tractorie”, da cui derivò il nome delle future strade d’erba: i tratturi. Poiché occorrevano molti giorni per raggiungere le pianure pugliesi, lungo questi percorsi sorsero dei centri di sosta “attrezzati”, le cosiddette tabernae mansiones, dove i pastori e le loro greggi potevano fermarsi per riposare. Numerose “strade” partivano dall’Abruzzo e andavano verso il Tavoliere delle Puglie, dando vita a quei tracturia il cui nome deriva, come già detto, dai codici di Teodosio e di Giustiniano. Che l’inizio di una vera e propria transumana  sia  legato alla conquista romana, e favorito dai vincitori, lo conferma il fatto che furono le antiche vie tracciate dai romani a segnare le direttrici di quelli che sarebbero poi diventati  quegli importanti tratturi che in epoca successiva avrebbero collegato le aree montuose abruzzesi e molisane con la pianura pugliese. Il tratturo l’Aquila-Foggia segue in parte i tracciati della via Claudia Nova e della Traiana, il tratturo  Celano-Foggia corrisponde alla via Romana o Valeria e il tratturo Castel di Sangro-Lucera corrisponde alla via Minucia.

Furono pertanto i romani, una popolazione tipicamente stanziale, che diedero vita al complesso sistema della transumanza e ne assicurarono l’esistenza e la durata nel tempo attraverso la sua regolamentazione e l’individuazione e la conservazione di precisi itinerari per il passaggio delle greggi. Tale pratica, affermatasi e rafforzatasi nei secoli dell’Impero Romano,  si ridusse, e rischiò addirittura di scomparire, in quel periodo di crollo demografico, di grande instabilità politica e di incertezza sull’integrità dei tracciati e dei pascoli invernali, che va dalla caduta dell’Impero all’inizio dell’anno mille. Da questa data la fase di crisi della pastorizia transumante venne decisamente superata, le transumanze rinacquero e si accrebbero rapidamente, sostenute dai regnanti del periodo. Re Ruggero ( Normanno), all’inizio dell’anno mille, fu il primo ad emanare delle norme volte a garantire ai pastori, dietro il pagamento di una tassa, percorsi di passaggio per le greggi e aree non coltivate per il pascolo. Successivamente Federico II emanò una nuova normativa in materia, con lo scopo di determinare le aree coltivabili e quelle da lasciare alle greggi, cercando così di risolvere il tradizionale e perenne conflitto tra due attività economiche difficilmente conciliabili tra loro: la pastorizia e la coltivazione della terra.  Se più tardi, ossia nel periodo di dominazione angioina, vennero inizialmente emanate norme a favore degli agricoltori, a cui venne assegnata parte delle terre a pascolo che facevano parte del regio demanio, con Giovanna II^ d’Angiò ( 1414-1435) si riconobbe  l’importanza della transumanza e fu creato un apposito tribunale per appianare le dispute che spesso nascevano tra i pastori e tra questi ultimi e gli agricoltori, gettando così le basi della futura organizzazione della Dogana. Fu però soltanto con Alfonso I d’Aragona che fu definitivamente riconosciuta l’importanza della pratica della transumanza e  fu  pienamente compreso il suo valore economico. Ad Alfonso I  è dovuta, infatti, l’istituzione di un  Ente specifico per la gestione del complesso sistema della transumanza, la Regia Dogana della mena delle Pecore ( 1447), con sede a Lucera, nonché l’organizzazione dei Regi Tratturi, una rete “stradale” che si diramava lungo tre direttrici: L’Aquila – Foggia, detta “Tratturo del Re”, Celano-Foggia e Pescasseroli-Candela. In questo periodo di grande sviluppo della transumanza si stima che circa trentamila pastori abbiano condotto annualmente fino a quattro milioni di capi ovini verso le pianure pugliesi. Più tardi, Ferdinando I trasferì la Regia dogana a Foggia, dove si teneva il grande mercato della lana e delle pelli. Quanto fosse importante il sistema dei tratturi, e la transumanza ad esso collegata, lo si apprezza anche dal fatto che lungo queste “vie” nacquero importantissimi insediamenti, come Teate Marrucinorum, l’odierna Chieti, Anxanum, cioè Lanciano, e Larinum ( oggi nei pressi di Larino in Provincia di Campobasso), lungo il tratturo l’Aquila – Foggia; Sulmo ( Sulmona) e Aufidena ( Castel di Sangro), lungo il tratturo Celano – Foggia e Bovianum e Saepinum ( le odierne Boiano  e Sepino in provincia di Campobasso)  lungo il tratturo Pescasseroli – Candela.  L’intera consistenza tratturale oggi risulterebbe costituita da una rete di oltre 3.100 chilometri di strade, estese, nel complesso, circa  21.000 ettari. Nella sola Provincia di Foggia, alla fine dell’800, la rete dei  tratturi era di circa 370 chilometri.

Contemporaneamente alla nascita di queste città sorsero lungo i percorsi importanti luoghi di culto: dai santuari di Eracle nell’ambito della religiosità greco-romana, alle numerose chiese dell’epoca cristiana ( chiesa di Monte Calvario, presso Foggia, Santa Maria della Iaconicella preso Lanciano, Santa Maria dei Cintorelli presso Caporciano). A questi luoghi di culto si aggiunsero poi, mulini, botteghe e taverne. Nel tempo in varie città, come Castel di Sangro,  Morcone,  Circello e  San Bartolomeo in Gualdo, si diede vita ad importanti  fiere, legate ai momenti cruciali della transumanza: maggio e settembre.

La fine della Dogana

Alla fine del XVIII secolo la Dogana visse in maniera sempre più confusa gli ultimi anni della sua vita. Il mancato rispetto delle regole, l’avvento del brigantaggio, l’instabilità del Governo centrale, portarono il Tavoliere a diventare una vera e propria terra di frontiera. Nel tentativo di porre un freno alla decadenza dell’istituzione, Ferdinando di Borbone, nel 1804,  avviò un progetto di riforma attraverso la censuazione, ossia il pagamento di un canone sui terreni utilizzati, e nell’anno successivo concesse l’affrancazione dei canoni su parte delle terre demaniali che erano state coltivate.

Ormai, però, la storia della Dogana era al suo epilogo: nel 1806 ritornarono i francesi e Giuseppe Bonaparte, il 21 maggio, soppresse la Dogana e il primo settembre decretò la divisione di tutte le terre demaniali, baronali, ecclesiastiche e comunali e la loro concessione in fitto, dietro la corresponsione di un canone annuo, a coloro che già ne beneficiavano. Sostanzialmente la decisione di abolire la Dogana nasceva dalla volontà di favorire il più possibile lo sviluppo delle potenzialità agricole del Tavoliere, in modo da promuovere una decisa crescita economica e civile dell’agricoltura costiera, tale da garantire l’approvvigionamento dell’intero Regno. L’attività agricola, infatti, è in grado di fornire molto più “cibo” rispetto a quello che può garantire la pastorizia. Questa tendenza a favorire la coltivazione della terra, a scapito della pastorizia transumante, proseguirà e anzi si accentuerà dopo l’Unità d’Italia.

Nonostante la fine della dogana a fine Ottocento tra Abruzzo e Puglia erano ancora  528.000 i capi ovini che utilizzavano i tratturi, mentre altri  320.000 capi andavano verso l’Agro romano. Gli ovini che svernavano ancora nel Tavoliere utilizzavano le aree non occupate da una sempre più diffusa cerealicoltura, anche se abbiamo esempi significativi di azienda agricola mista cerealicolo – pastorale, ove si realizzò una positiva integrazione tra la cerealicoltura e l’allevamento ovino. Il perenne conflitto tra l’abruzzese pastore e il pugliese agricoltore iniziò gradualmente a risolversi quando l’armentario abruzzese, una volta affrancati i canoni, diventò proprietario a pieno titolo di una parte importante delle terre del Tavoliere, cominciò a riservare una quota della superficie, prima riservata al pascolo, per la cerealicoltura e introdusse erbai seminati per l’alimentazione delle pecore.

 

 

 

 LA TRANSUMANZA NELLA CAMPAGNA ROMANA

 

Un’altra rotta di transumanza, anch’essa di origini molto antiche, anche se più corta, scendeva nella Campagna Romana. È proprio nello Stato pontificio che nel 1402, con Bonifacio IX, venne istituita  la prima Dogana. La dogana dei pascoli del patrimonio di San Pietro in Tuscia forniva alle greggi abruzzesi pascoli invernali che si estendevano dalle porte di Roma ai confini della Toscana e dell’Umbria. Le sue origini risalivano già all’antichità  e le notizie relative a una sua più moderna fondazione risalgono intorno al 1289. Nel XIV secolo le greggi transumanti nello Stato Pontificio fornivano  prodotti caseari e carne ai mercati romani e lana tanto ai mercanti Toscani quanto alle prime industri tessili nate nel territorio laziale. Nel 1452, dopo quasi mezzo secolo caratterizzato da continue guerre, dalla diffusione del brigantaggio e dalla diminuzione della popolazione presente nell’agro romano, il Papa Nicola V promulgò una nuova costituzione della propria dogana, in risposta alla istituzione della dogana del Regno delle Due Sicilie. La dogana romana nell’ organizzazione era molto simile a quella del regno di Napoli. La Camera Apostolica nominava un doganiere che amministrava il sistema. Gli armentari erano esentati da tasse locali, dall’obbligo del pagamento di diritti di passo su terreni privati per raggiungere i pascoli ed erano provvisti di speciali privilegi giudiziari. L’introito della dogana romana, però, era di molto inferiore rispetto a quello della vicina dogana meridionale (alla metà del XV secolo le pecore presenti erano meno di 110.000),anche perché la superficie disponibile per il pascolo era di dimensioni molto più ridotte.  La transumanza nella campagna romana si accrebbe notevolmente nel 1477 quando papa Sisto IV obbligò tutti i pastori del Regno della Chiesa a portare le greggi a svernare nell’Agro Romano (anche quelli delle Marche) che queste raggiungevano percorrendo le vie consolari Salaria e Flaminia. Anche se mancano  dati certi sulla Dogana laziale riguardo agli ettari di terreno destinati al pascolo si stima che in quegli anni il numero dei capi ovini presenti fosse di circa  200.000- 250.000 capi.

La transumanza nel Lazio aumentò in maniera considerevole a partire dal 1800, perché quella verso il Regno delle due Sicilie, con la soppressione della Dogana di Foggia,  diminuì in maniera drastica e molte greggi abruzzesi, non più obbligate alla transumanza verso la Puglia, arrivarono nei pascoli romani. Si passò così nella campagna romana dalle poche migliaia di capi ovini di fine Settecento, ai 50.000 capi dei primi decenni dell’ Ottocento, ai  320.000 capi di fine Ottocento, la maggior parte di provenienza abruzzese.  Il maggior incremento della presenza ovina nel Lazio si ebbe, però, all’ inizio del ‘900, con circa 1.000.000 di capi, anche questi provenienti prevalentemente dall’Abruzzo. Le pianure laziali, dove l’espansione della cerealicoltura e delle coltivazioni arboree fu meno rapida rispetto ad altri territori, a partire dalla fine dell’800 divennero così la sede di un allevamento ovino di  notevoli proporzioni.

La razza ovina nettamente più diffusa era la Sopravvissana, una pecora selezionata nel 1700,  derivante dall’incrocio tra le pecore Vissane e gli  arieti Merinos Rambouillet.

 

LA TRANSUMANZA IN TOSCANA

 

Come nel resto dell’Italia centro-meridionale, anche in Toscana i flussi di transumanza si svolsero in senso discendente. Sicuramente rispetto ad altre regioni italiane, quali l’Abruzzo, La Puglia ed il Lazio, in Toscana il fenomeno della transumanza fu molto più limitato, in quanto le campagne toscane erano caratterizzate da una fascia collinare molto estesa dove erano diffusa la  mezzadria, un particolare contratto agrario con il quale un proprietario di terreni e un coltivatore (mezzadro) si dividevano  ( di solito a metà) i prodotti e gli utili provenienti dall’attività agricola. Fu proprio questa particolare forma di gestione dell’azienda agricola che rese impossibile la pratica della transumanza in quei territori.

Soltanto la Maremma, in Toscana, rappresentava uno dei pochi ambienti in grado di garantire un pascolo invernale che poteva essere utilizzato dalla pastorizia transumante appenninica, tanto che questo territorio fu interessato, già nel tardo medioevo, dalla nascita della Dogana dei Paschi, istituita dalla Repubblica di Siena nel 1419 per regolamentare con delle apposite norme il pascolo e per avere delle entrate fiscali dalla sua concessione agli allevatori che transumavano in quelle terre.

Il bestiame transumante, non solo ovino, ma anche bovino, suino ed equino, proveniva essenzialmente dal versante appenninico toscano e principalmente dalla Lunigiana, dalla Garfagnana, dal Mugello, dal Casentino e dalla Val Tiberina, dove ci sono zone di pascolo montano, anche se di modeste dimensioni, adatte all’allevamento. Una piccola parte del bestiame proveniva anche dall’Appennino Emiliano e Romagnolo.

Al contrario della Dogana di Foggia, che tra le varie competenze prevedeva un’opera di divisione e assegnazione (locazione) dei propri pascoli, a singoli o a gruppi di pastori (locati), commisurando la superficie di terreno assegnata al numero dei capi posseduti da costoro, nella Maremma senese ciascun allevatore, attraverso il pagamento di una fida, poteva far pascere i propri  animali muovendosi liberamente su tutto il territorio della Dogana. Questo tipo di pascolamento era fortemente irrazionale, perché la capacità nutritiva del pascolo tendeva a deteriorarsi a causa di un eccessivo carico di animali,  ma soprattutto per la presenza di specie diverse ( tipo maiali e pecore), spesso incompatibili tra loro, sullo stesso terreno. Il pascolo, inoltre, era di bassa qualità, come attestano anche alcuni proverbi diffusi tra i pastori della montagna: “ Pascolo di Dogana pochi agnelli, meno lana”, oppure “Pascolo di Dogana fa poco cacio e poca lana”. La maremma toscana era poi caratterizzata dalla diffusa presenza del paludismo e della malaria che rendevano quella terra inabitabile nel periodo estivo, con una presenza umana molto ridotta e con un basso grado di messa a coltura delle campagne che apparivano dominate ampiamente dall’incolto e dalla vegetazione spontanea.

Il tipo di pascolo presente non era, pertanto, particolarmente adatto agli ovini che si alimentano quasi esclusivamente di erba, mentre i bovini e gli equini possono nutrirsi anche di fogliame e i suini di ghiande. Soltanto i terreni che prima della semina venivano regolarmente lavorati permettevano alla vegetazione spontanea delle «stoppie» e delle «manzine» (come vengono chiamati, rispettivamente, i terreni che venivano lasciati a riposo per un anno o per due) di rimanere costantemente ad uno stadio erbaceo, idoneo per le esigenze nutritive delle pecore. Ad esclusione di questi terreni lavorati, il suolo invece era generalmente caratterizzato dalla presenza di una vegetazione dove prevalevano i cespugli, gli spini e la macchia che, oltre ad essere di scarso valore nutritivo per le pecore,  potevano provocare perdite di lana quando gli animali vi rimanevano impigliati.

Come dato indicativo sui  flussi tra Appennino e Maremma senese, che comprendeva l’attuale maremma grossetana, possiamo riportare i dati relativi ai capi ovini fidati a Dogana da cui risulta che negli anni compresi tra il 1576 e il 1586 la media annuale era di circa 280.000 capi, mentre dal 1761 al 1765 era di circa 209.000 capi. Nella  maremma toscana in generale, secondo i dati forniti da D. Barsanti, tra la fine degli anni 50 e i primi anni 60 del Settecento, veniva condotto mediamente a svernare un numero approssimativo di 310.000 capi di bestiame, e non solo ovino, dei quali circa 225.000 capi nella maremma senese. Nella seconda metà del 1700 la transumanza tra Appennino e Maremma  iniziò a ridursi progressivamente  e i capi “fidati” nella Dogana dei Paschi Toscana cominciarono a calare nettamente al disotto dei 200.000.

A metà Settecento, nella Maremma senese del Granducato di Toscana, si calcolano circa 100.000 ettari di erbaggi demaniali, peraltro destinati solo in parte all’allevamento ovino, mentre nella Dogana di Foggia, considerando oltre agli ettari di pascolo della Regia Corte, quelli dei privati e degli enti ecclesiastici che la Dogana amministrava, nonché  i diritti vantati sulle terre lasciate a riposo prima della semina e su quelle dove veniva praticato il maggese, si superano abbondantemente i  350.000 ettari e quasi tutti utilizzati per il pascolo delle pecore (si calcola che nel periodo di maggior sviluppo della transumanza nella Dogana di Foggia, a fronte di alcuni milioni di capi ovini, ci fossero soltanto 20.000 bovini).

 

LA FINE DELLE DOGANE

Un po’ dappertutto negli Stati italiani, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, furono modificate in maniera radicale le norme che fino ad allora avevano regolamentato l’uso della terra e che erano volte a favorire le varie forme di transumanza. Vennero così adottate una serie di provvedimenti orientati a favorire la proprietà agraria, mediante l’abolizione dei diritti promiscui e delle servitù di pascolo. La Dogana dei Paschi, nel  1778, fu la prima ad essere abolita, all’interno di una serie di norme di stampo liberistico. Venne soppresso l’ufficio e il magistrato dei Paschi di Siena e le terre incolte della Maremma, sia del Granducato di Toscana che di altri istituti pubblici, cominciarono ad essere concesse in proprietà o a livello ( sorta di affitto) a quanti volessero coltivarle.

 

IL CANE DA DIFESA DEL GREGGE

Una volta stabilito come l’allevamento ovino fosse prevalentemente praticato negli altopiani abruzzesi, e quali fossero le principali rotte di transumanza,  appare conseguente che anche i grossi cani bianchi, dal pelo lungo e dalla forte corporatura, che accompagnavano e proteggevano le pecore durante le lunghe transumanze primaverili e autunnali, fossero prevalentemente diffusi nelle montagne abruzzesi, anche grazie alla massiccia presenza del lupo in quei territori. Pertanto risulta evidente come la razza, oggi denominata “cane da pastore maremmano-abruzzese, abbia trovato la sua massima espressione e la sua maggior diffusione in Abruzzo ed abbia potuto conservare le sue caratteristiche morfo-funzionali, scoperte solo da alcuni decenni dalla cinofilia ufficiale, soltanto grazie all’accurata selezione portata avanti dai pastori abruzzesi

L’origine di questo cane, oggi chiamato nella cinofilia ufficiale ( ENCI – Ente nazionale della cinofilia italiana – e FCI – Federazione cinologica internazionale- ) “cane da pastore maremmano- abruzzese”, ma conosciuto come “cane da pecora” o “mastino” nella pastorizia abruzzese, è molto antica ed è accertata fin dai tempi dei romani nelle aree dell’Italia centro- meridionale dedite alla pastorizia e in particolare in Abruzzo, come già risulta dagli scritti dei letterati latini Varrone e  Columella che ne danno una descrizione molto simile nell’aspetto a quella dei cani oggi presenti in cinofilia (cane da pastore maremmano-abruzzese)  o ancora a guardia delle greggi nei pascoli d’Abruzzo e non solo. Già nel “De agricoltura” lo scrittore latino Columella, del I sec. d.C.,  consiglia, tra l’altro, ai suoi conterranei di prendere esempio dai popoli Marsi, Equi, Peligni e Frentani  ( popoli abruzzesi) che usano per la custodia delle greggi una razza di cani grossi, feroci, bianchi, con lunghi peli irti e gli occhi come carboni. Essi, dice, non abbandonano mai le pecore, anche di fronte all’assalto di lupi orsi e ladri; sopportano la fame, la sete e il freddo e sono molto meno costosi e molto più fedeli degli schiavi che mangiano tanto, si ammalano facilmente, rubano e fuggono al primo sentore di pericolo.

A partire dall’epoca romana numerosi sono stati gli scritti che testimoniano come il cane fosse diffuso prevalentemente in Abruzzo.  Molti secoli dopo le opere di Varrone e Columella, nel 1731, per esempio,il molisano Stefano Di Stefano, avvocato della Corte Napoletana, nel suo saggio storico “ La ragion Pastorale” parla ancora di questi cani d’Abruzzo, e agli inizi dell’800, parlerà di loro lo scrittore Vincenzo Dandolo nel suo trattato “ Del governo delle pecore”.

Successivamente, nel 1821, l’inglese Keppel Craven, nel suo libro intitolato “ Viaggio nelle Provincie meridionali del Regno di Napoli” ancora scriveva “ Il bestiame era guardato da grandi cani bianchi di una particolare razza abruzzese”. Molti altri scrittori si sono interessati ai cani abruzzesi e hanno parlato diffusamente del loro insostituibile ruolo nella pastorizia. Il bresciano Arici, nel 1824, nel saggio “ La pastorizia”, nel 1906 il saggista di Castel di Sangro, Ettore D’Orazio, nella sua “ Storia della pastorizia abruzzese”, Giambattista Rosa nel suo volumetto “ L’Avellano” e per finire nel 1978 il grande scrittore abruzzese Ignazio Silone ne “L’avventura di un povero Cristiano”.  Anche nell’arte il cane abruzzese è spesso presente, in incisioni,  in  quadri, come  nella Regia di Napoli e  nel Palazzo Farnese di Caprarola (Vt),  e in un presepio del seicento nella regia di Caserta. Ritroviamo spesso il cane in numerosi dipinti dell’ ‘800 che ritraggono il paesaggio della campagna romana ( dove, con la fine della Dogana di Foggia, transumavano molte greggi abruzzesi) e addirittura in Francia in un quadro di Oudry del 1746, oltre che in numerosi affreschi sparsi in diverse chiese, più o meno note,  dell’Italia centro – meridionale.

Stazzo pastorale nella Campagna Romana (Charles Coleman, 1850)

 

Oltre agli scritti numerose notizie attestano come, nel corso dei secoli, chiunque abbia avuto bisogno di cani da difesa del gregge, o più in generale abbia avuto la necessità di difendersi dai lupi, abbia sempre ricercato i cani in Abruzzo.

Nella Francia a metà del secolo XVIII, per esempio, in una regione chiamata Gevaudan (oggi Lozere) nel 1765 c’era un lupo enorme chiamato “bête du Gevaudan” che aveva ucciso 14 persone e aveva portato quasi all’estinzione una popolazione di cervi. Luigi XV, delfino di Francia, incaricò allora il suo capocaccia, Chevalier Anthoin, di porre rimedio a quel flagello. Questi, riferisce il naturalista Brehm, portò con sé dei “ cani degli Abruzzi” che lo aiutarono nell’impresa e lo fecero tornare vincitore.

Un’ulteriore conferma della costante presenza del cane negli altopiani abruzzesi l’abbiamo ancora nella seconda metà del 1900, nonostante la pastorizia abruzzese fosse ormai di proporzioni modeste. Nel 1976 i coniugi Lorna e Ray Coppinger, dell’Hamshire College del Massachussetts (U.S.A.), per tentare di risolvere il problema legato alla predazione degli agnelli da parte dei cojote nelle greggi della loro terra, diedero vita al “progetto cani da bestiame”. Importarono al riguardo cani da guardiania dall’Europa e dall’Asia Minore e anche soggetti di razza cane da pastore maremmano-abruzzese provenienti da allevamenti riconosciuti dall’ENCI ( Ente nazionale della cinofilia italiana). I risultati forniti da questi cani di selezione cinofila furono disastrosi e i soggetti importati furono tutti soppressi.  Successivamente, negli anni ’80, il prof Coppinger tornò in Italia, ma questa volta si recò direttamente sulle montagne abruzzesi dove trovò ancora quei cani da guardia del gregge che venivano selezionati da millenni dai pastori. Decise così di importarne alcuni in USA ed ebbe dal loro utilizzo ottimi risultati nella difesa delle  greggi dai Cojote.

Persino dalla cinofilia ufficiale ci arrivano, pochi decenni orsono, dei dati che confermano come il cane fosse presente in prevalenza in Abruzzo. Nel 1974, infatti, quando la pastorizia abruzzese si era avviata verso un declino ormai inarrestabile, per le ragioni sociali ed economiche che tutti ben conoscono, l’allora Presidente del Circolo del Pastore maremmano abruzzese (società specializzata per la tutela della razza, riconosciuta dall’Enci), Comm. Renato Boccia, ebbe l’idea di censire i soggetti della razza non iscritti ai libri genealogici, ma ancora presenti nella pastorizia. Il censimento fu svolto dal Corpo forestale dello Stato e il risultato di tale indagine venne pubblicato sul notiziario del Circolo il 24 Maggio 1975. Furono censiti 2886 cani da pastore così distribuiti: 1040 in Abruzzo, 530 nel Lazio, 283 in Molise, 217 in Basilicata, 211 in Umbria, 171 in Puglia, 169 in Campania, 164 nelle Marche, 55 in Calabria e 46 in Toscana. Appare chiaramente evidente,  come, ancora in quegli anni, nonostante la crisi irreversibile della pastorizia abruzzese, il grosso della razza vivesse ancora in Abruzzo. Inoltre, per le ragioni legate alle migrazioni stagionali, di cui abbiamo compiutamente parlato, gran parte della popolazione laziale, molisana e pugliese era senz’altro riconducibile all’industria armentizia abruzzese.

Sembra perciò evidente, anche dalle testimonianze che ci sono giunte da un passato più o meno recente,  come l’Abruzzo sia stato la culla del cane bianco difensore del gregge, anche se la razza era presente, seppur in maniera molto meno significativa, nel Matese, nel Sannio e in Umbria dove si trovavano forme di pastorizia transumante che, seppur nemmeno paragonabili a quella abruzzese, venivano comunque praticate in maniera continuativa.

 

IL NOME DEL CANE NELLA CINOFILIA UFFICIALE

 

 

Se appare certa e incontrovertibile l’origine abruzzese del cane e il suo utilizzo continuo in quella terra, l’aver fatto riferimento all’Abruzzo nel nome dato alla razza dalla cinofilia ufficiale, “cane da pastore maremmano-abruzzese”, è perfettamente conseguente. Altrettanto, però, non può dirsi per il secondo termine, quello di  “maremmano”.

Spesso si giustifica questa decisione della cinofilia ufficiale sostenendo che nel nome assegnato  alla razza si voleva evidenziare come il cane, con la transumanza, fosse presente in due territori, in Abruzzo nel periodo primaverile estivo e nella maremma nei restanti periodi.

Ma se già la scelta del doppio nome appare di per sé una palese forzatura, perché, come abbiamo visto, la stragrande maggioranza degli armentari transumanti era abruzzese e pertanto i grandi cani bianchi che d’inverno si trovavano in pianura erano gli stessi che in estate stavano in Abruzzo, l’aver adottato poi come ulteriore termine di riferimento quello di “maremmano” non sembra avere giustificazioni plausibili. La transumanza in maremma, infatti, è stata di modeste dimensioni e anche molto meno organizzata, non solo rispetto alla transumanza verso le Puglie, ma anche in confronto alla transumanza che interessava la Campagna Romana. La Maremma, inoltre, è stata sempre molto più nota per l’allevamento brado di bovini e cavalli, e per la presenza dei Butteri, che per l’allevamento di pecore e per le tradizioni legate alla pastorizia. Anche la morfologia del suo paesaggio, dove imperava il paludismo, la macchia e l’incolto, era poco idonea per un allevamento ovino importante. In  maremma, poi, non vi è mai stata una transumanza ovina di tipo orizzontale con l’Abruzzo, così da giustificare la presenza del cane da pecora Abruzzese in Maremma, perché era impossibile che ciò accadesse, in quanto, prima dell’Unità d’Italia, addirittura due confini di Stato separavano le due zone. La grande, millenaria industria ovina transumante, come abbiano già visto e sottolineato più volte, era soltanto quella che riguardava l’Abruzzo e la Puglia e, in misura minore l’Abruzzo e la Campagna romana, ed è stato in quella grande pastorizia che ha prosperato quello che oggi la cinofilia ufficiale chiama “cane da pastore maremmano-abruzzese”.

Non si hanno, peraltro, notizie di una consistente presenza di un cane bianco difensore del gregge nei pascoli maremmani nei secoli passati. Soltanto in qualche raro affresco del ‘400,  in uno scritto di Curzio Malaparte degli anni ‘50 del 1900 e nei lontani ricordi di alcuni grandi proprietari terrieri toscani dell’epoca, che affittavano parte delle loro immense tenute a qualche pastore transumante, possiamo trovare traccia di un cane bianco che accompagnava le pecore in maremma. Questi cani, ricordati dai possidenti toscani, erano però molto limitati nel numero e di qualità generalmente scadente, tanto che, com’è ben noto a tutti gli appassionati del cane, i cinofili toscani, e quelli delle regioni limitrofe, che iniziarono ad allevare la razza con qualche soggetto ancora presente in Maremma, per avere dei risultati apprezzabili nel loro lavoro di selezione dovettero attingere ampiamente, e per molti anni, ai cani che ancora vivevano nei monti d’Abruzzo o a quelli che passavano l’inverno nella campagna romana al seguito delle greggi transumanti anch’esse, nella stragrande maggioranza,  provenienti dagli altopiani abruzzesi.

Inoltre se si voleva ad ogni  costo dare un doppio nome alla razza, in base alla sua presenza in territori diversi nelle diverse stagioni, anche se questa decisione appare non condivisibile per i motivi esposti in precedenza,  il nome più corretto sarebbe stato “abruzzese- romano” o “abruzzese-pugliese” e non certo “maremmano-abruzzese”.

Donna Anna Corsini con una bellissima cucciolata di cani da pastore maremmano – abruzzese

Altri, invece, sostengono che con il termine Maremma ( dal latino Maritima) si intendeva identificare tutte le zone costiere pianeggianti e paludose situate lungo il mare, dove le pecore svernavano, e non solo la maremma tosco – laziale: per cui il termine maremmano avrebbe questo significato estensivo. Anche questa ipotesi non è però accettabile, in quanto la principale rotta di transumanza era tra l’Abruzzo e la Puglia, e in questa regione le zone costiere pianeggianti situate lungo il mare, utilizzate per il pascolo delle greggi, erano insignificanti rispetto alle zone interne: Provincia di Foggia e  Tavoliere delle Puglie ( vedi cartina allegata) Come d’altra parte anche la Campagna Romana ( Appia Antica, Divino Amore ecc.), dove per secoli c’è stato un presenza consistente di ovini transumanti, non è certamente una pianura costiera.

Altri ancora affermano che il doppio nome derivi dal fatto che la formazione dell’attuale cane è avvenuta per la fusione di due razze di cani bianchi molto simili tra loro: il cane da pastore abruzzese ed il cane da pastore maremmano,

Anche questa teoria, però, è priva di qualsiasi fondamento in quanto la razza “pastore maremmano” non è mai esistita, tanto che la morfologia del “cane da pastore maremmano-abruzzese, descritta nello standard approvato a suo tempo dall’Enci, identifica semplicemente il cane da pastore abruzzese, anzi, lo standard Enci del pastore maremmano-abruzzese era identico a quello definito negli anni precedenti per il  “pastore abruzzese”, mentre del vecchio standard del presunto maremmano non c’è nessuna traccia.

Perché allora si è scelto il termine  “maremmano”? La risposta è semplice. Questa decisione è stata senz’altro influenzata dal fatto che i primi cinofili ad interessarsi del cane bianco da pecora siano stati i cinofili toscani: i Corsini di Firenze e i Chigi Saracini di Siena. Queste Famiglie, infatti, sono state le prime a portare avanti un’accurata selezione del cane e a farlo conoscere al vasto mondo della cinofilia. Donna Anna Corsini, in particolare, in collaborazione con il dott. Francesco Giuntini, ha allevato la razza ancora per molti anni, con il famoso affisso delle Vergherie,  rappresentando un punto di riferimento costante per tutti coloro che negli anni passati si sono avvicinati al grande cane bianco da gregge, tanto che quasi tutti gli allevamenti italiani di cane da pastore maremmano – abruzzese hanno sangue delle Vergherie nei loro cani.  È proprio per questo ruolo meritorio che i cinofili toscani hanno avuto, e per una sorta di riconoscenza nei loro confronti, che, a nostro parere, la cinofilia ufficiale ( ENCI) ha voluto inserire nel nome della razza il termine “maremmano“, appellativo comunemente associato alla Toscana, loro terra di origine. Per ultimo c’è da osservare l’infondatezza di quanto riportato nello standard del p.m.a., attualmente in vigore, relativamente ai “cenni storici”, dove recita: “ antica razza da gregge le cui origini vanno ricercate nei cani da pastore tuttora utilizzati in Abruzzo ed un tempo presenti nella maremma tosco-laziale. Con la transumanza della greggi da una regione all’altra iniziava un naturale processo di fusione, in particolare dopo il 1860” A prescindere dal fatto che dopo il 1860 le transumanze conoscevano un progressivo declino, tanto che nella maremma l’allevamento ovino era ormai ridotto a numeri insignificanti, “il naturale processo di fusione”, di cui parla lo standard, presupponeva una transumanza di tipo orizzontale tra Abruzzo e Maremma che, invece,  non è mai esistita.

 

 

CONCLUSIONI

Nel nostro breve lavoro crediamo di avere a sufficienza dimostrato come il cuore della pastorizia transumante dell’Italia centro – meridionale sia stato l’Abruzzo e come, di conseguenza, il cane bianco da difesa del gregge abbia trovato la sua massima espressione e la sua maggior diffusione in quella terra. Siamo altresì convinti che le notizie e le testimonianze che abbiamo portato a sostegno di questa tesi  la avvalorino ulteriormente. Pensiamo, inoltre, di aver correttamente spiegato perché la cinofilia ufficiale nella scelta del nome da attribuire alla razza abbia tenuto conto non soltanto della sua storia e della sua reale diffusione, ma anche di fattori di origine diversa e senz’altro meno significativi, come  è comprovato anche dal fatto che il termine “abruzzese” sia stato addirittura messo in secondo piano rispetto a quello di “maremmano”, tanto che in cinofila il cane viene spesso chiamato soltanto “maremmano”. In definitiva possiamo concludere che il nome attuale della razza non è del tutto coerente con la sua origine e con la sua storia. Questa incoerenza è stata negli anni più volte motivo di accese discussioni, di periodiche contestazioni e di richieste di modifica del nome, che non hanno mai avuto, comunque, alcun seguito. Ormai, però, sono passati oltre cinquant’anni da quando è stato dato alla razza il nome di “ cane da pastore maremmano-abruzzese”, molte cose sono cambiate, si sono notevolmente approfonditi gli studi sulla pastorizia transumante e si sono pertanto create tutte le condizioni per affrontare il tema del nome del cane con serenità, per cercare di renderlo più rispondente alla sua storia millenaria e alla sua reale diffusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

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John A. Marino “ L’economia pastorale nel Regno di Napoli” GUIDA EDITORI

 

“Il cane da pastore maremmano – abruzzese” di Paolo Breber  – Edizioni Olimpia

 

“Il  pastore maremmano – abruzzese. Il cane della transumanza “di Gianfranco Giannelli – Cosmo Iannone Editore -.

 

“Dopo le Dogane: le transumanze peninsulari dell’Ottocento” di Saverio Russo in Social History and Pastoral Economy di Olimpia Vaccari

 

“La Transumanza in Toscana nei secoli XVII e XVIII” di Ovidio dell’Omodarme –Melanges de l’ Ecole française de Rome Moyen age, Temps modernes. Année 1988. Volume 100

 

“La grande pastorizia transumante abruzzese tra mito e realtà” di L. Piccioni. CHEIRON   – Materiali e strumenti di aggiornamento storiografico.-

 

“Osservazione sul comportamento del Pastore maremmano – abruzzese :studio degli indicatori dell’efficienza nella difesa del gregge.” Tesi di laurea della dott.ssa Roberta Mancini. Alma Mater studiorum – Università di Bologna.

 

Relazione di Ennio Giuliani al convegno sul tema: “Pastore o mastino? Maremmano o Abruzzese? Morfologia e caratteristiche funzionali del nostro cane bianco a guardia delle pecore”. L’Aquila  14/06/1997.